In HIM we Trust

Ville Valo “Amore, Droghe, Morte” (e HIM)

Quando abbiamo visto questa lunghissima intervista a Ville pensavamo si trattasse di una nuova ed entustiaste ci siamo buttate nella traduzione. Per poi renderci conto che erano cose che in moltissimi altri articoli avevamo già avuto modo di tradurre e leggere… e capire che altri non era che uno degli articoli contenuti nella Fanpack del 2012 uscita in edizione limitata con il cd di Tears on Tape!

Ormai era troppo tardi per lasciar perdere e abbiamo pensato che ai fan italiani fa sempre piacere leggere il nostro logorroico leader parlare del più e del meno… quindi gustatevela, in attesa che torni presto a parlarci del nuovo progetto della band!

*Lo staff Faith*

BannerTOT

tumblr_mr38omqAlM1se2peao5_1280Nella sua intervista più rivelatrice, Ville Valo parla degli inizi, delle rotture e del fatto di essere un sex symbol.

Poche persone hanno la buffa autoironia di Ville Valo. Gli HIM possono aver collezionato più di otto milioni di vendite dalla loro creazione ad Helsinki 21 anni fa, diventando la più grande esportazione musicale finlandese di sempre, ma il loro frontman può far scoppiare la bolla di pomposità e pretese – non ultimo la sua – con una battuta ben finalizzata.

Il maestoso Ville è in ottima forma.

Sembra ben tenuto e rigenerato, come un personaggio di una poesia di Byron. Il suo inglese impeccabile farebbe vergognare molti madrelingua, ed è abbastanza coinvolgente e candido da parlare di tutto, dai suoi incontri adolescenziali con l’occulto, al lavorare nel sex shop del padre, fino al suo punto più basso raggiunto all’incirca all’epoca dell’album del 2007 Venus Doom.

Visto che la loro carriera è stata, come la chiama Ville, “una corsa sulle montagne russe”, c’è tantissimo di cui parlare.

«Fai del tuo peggio», dice con un sorriso.

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La tua ultima uscita Tears On Tape era l’ottavo album degli HIM. Diventa più facile?

«No, diventa più dura.» , ride.

«Man mano che invecchiamo, ci sono un sacco di notti insonni. No, credo che bisogna sfidare se stessi, far finta che si sta reinventando la ruota.

È questo il rock’n’roll, giusto? Essere un bastardo egocentrico.»

 

Come sai quando è il momento per fare un nuovo album? Ti alzi una mattina e vai, “Ok, facciamolo!

«No, è il saldo della carta di credito. E non è tanto bella adesso. Non riusciamo più a pagare le tasse, non posso cambiare le corde della mia chitarra acustica. Questo è uno dei motivi.

Ma no, è un bisogno. Un impulso molto primordiale e sessuale. Almeno a livello intellettuale.»

 

Vorresti spiegare il titolo dell’album?

«Tears On Tape è stata una delle prime canzoni che ho scritto per l’album. E ovviamente, è un titolo semplice: è facile da ricordare, è molto HIM…

Ma la risposta onesta, sincera è che fa riferimento alle lacrime versate dai nostril idoli – quelle di Ozzy e di Robert Plant, – le persone che hanno messo le loro emozioni su nastro in passato, creando pezzi d’arte che ci hanno spinto ad andare avanti durante questi anni.

Si tratta del potere curativo della musica hard rock. È questo il significato per me.

E suona meglio che Tears On CD. O Tears On Digital Ones And Zeros.»

1366043054_him_combined-4C’è un tema o un concept dietro all’album?

«Per quanto riguarda i testi, sono super lento e sono sempre stressato, perciò scrivo tutti i testi in una settimana. Quindi c’è un tema in questo senso, nel senso che tendo a scrivere di quello che accade intorno a me, più o meno.

Musicalmente, era uno stato d’animo che stavamo cercando – cercando di catturare l’incontro fangoso tra i riff alla Electric Wizard-Kyuss-Black Sabbath e quelli più deboli alla Roy Orbison.

E mettere questi elementi insieme in un miscuglio che funzionasse, invece di fare un pezzo alla Roy Orbison e poi uno metal. È bello suonare la chitarra acustica e fingere di essere degli anni ‘50, mentre la band sta fingendo … qualsiasi cosa stiano fingendo.

Fino a quando fingiamo tutti.»

 

L’album ha richiesto molto tempo per farlo. Qual è stato il ritardo?

«È stato straziante. Ad essere onesto, quando abbiamo iniziato non suonava bene. Ero un pò frustrato di questo, ed eravamo stanchi della musica reale, e tutto ad un tratto, il nostro batterista, Gas ha iniziato a sentire questo male alla mano. Hanno scoperto che aveva alcuni nervi danneggiati e nello stesso tempo un disturbo degli arti superiori da lavoro (RSI). La cosa frustrante era che i medici non potevano dire a) se sarebbe stato di nuovo capace di suonare e b) quanto tempo fosse necessario per guarire, sempre se fosse guarito. Quindi avremmo dovuto aspettare 30 giorni e i dottori erano come “No, devi aspettare un altro mese, e un altro mese e un altro ancora.”»

Deve essere stata dura sia per te che per la band…

«Ognuno di noi ha iniziato a perdere le speranze. Era come “La band si romperà? Cosa succederà?” Avevamo una crisi esistenziale che ci ha permesso per la prima volta di riflettere un po’: “Cosa significava per noi la band? Cosa significavamo l’uno per gli altri? ”

Poi abbiamo fatto un grande incontro per capire il da farsi: “Dovremmo prendere qualcun’altro per suonare se lui non può farlo?” Gas era all’incontro, non volevamo parlare alle spalle di nessuno. Abbiamo discusso le diverse opzioni. “Dovremmo iniziare a lavorare con qualcun’altro e quando Gas si sentirà meglio lui rientrerà nella band?”

Ognuno di noi stava per piangere e abbiamo detto “No, non possiamo farlo. Aspettiamo.”»

E ancora non sapevate quanto tempo ci volesse per il suo recupero?

«No, è stato di cinque mesi. E ci sono voluti altri tre mesi. Otto mesi in tutto.

E poi ha detto “Penso che sia il tempo di andare in sala prove e provare”.  Siamo andati e abbiamo suonato quattro notti consecutive, abbiamo fatto un concerto vero e proprio ogni sera, un’ora e mezza. E ogni cosa era perfetta, e questo ha dato alla band un sacco di energia e fede.

È stato ritrovare la passione per la musica, verso il gruppo e verso i ragazzi.»

Ci sono stati lati positivi che sono venuti fuori?

«Si deve pensare agli ostacoli come sfide, o che i problemi si devono risolvere in un modo o nell’altro. E questo mi ha permesso di passare molto tempo a lavorare sulle canzoni, ed è stata una buona cosa. E ciò ha permesso ad ognuno di noi di prendere una pausa, giusto per rilassarsi un pò.

È stata una buona cosa. Penso che l’album sarebbe stato molto più debole se non avessimo subito il danno.»

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Vi siete avvicinati alla separazione in quel momento?

«Siamo sempre separati in qualche modo. Siamo piuttosto energici. Soprattutto perché siamo ua band che gira molto. Lo abbiamo fatto per così tanto tempo che si inizia a pensare “Questo è tutto, questo è tutto!” Bisogna avere questi momenti difficili.

È una riunione ogni volta che rientriamo in sala prove.»

Lo avete fatto per molto tempo…

«Sì, abbiamo iniziato nel 1992. Avevo tipo 15 anni. Eravamo io Migé e un batterista. Io suonavo un basso a sei corde. Abbiamo discusso sul nome della band. Ma poi Migé dipinse “His Infernal Majesty” nel suo bagno. L’intera conversazione si è fermata sul nome “È lì, non possiamo cambiarlo, questo è tutto!”.»

Hai conosciuto gli altri dopo?

«Migé e Linde li conoscevo da quando avevo circa dieci anni. Siamo andati nella stessa scuola. Migé è andato a scuola superiore con Burton, il tastierista. Ci conoscevamo da anni. È una benedizione e una maledizione. È difficile lavorare con i tuoi migliori amici, ma allo stesso tempo hai una spalla su cui piangere sul tourbus.  Le persone si preoccupano veramente.»

 

 

Sembra una famiglia…

«La Famiglia Addams, forse. Ma è comunque una famiglia.»

 

Torniamo un pò indietro. Hai avuto un’infanzia musicale?

«No. Mio padre non cantava per niente, ma i miei genitori ascoltavano un sacco di musica. Loro mi hanno raccontato storie sull’ascolto della vecchia musica folk tradizionale Finlandese e questo era la sola cosa che potesse farmi smettere di piangere. Ricordo mio padre che mi prendeva e mi faceva ballare intorno alla musica. Prima di avere un sexy shop era un tassista e aveva la radio accesa tutto il tempo quando mi veniva a prendere alla scuola materna e a scuola. Ho ascoltato un sacco di musica quando ero un ragazzo.»

 

Qual è stato il tuo primo strumento?

«Ho iniziato a suonare il basso quando avevo otto anni. Ho continuato per un bel pò.»

 

E ricordi la prima canzone che hai scritto?

«Oh sì. È terribile. Ce l’ho su una casetta da qualche parte. Non ricordo come si chiamava. Può darsi che non abbia un titolo. Era un piccolo pezzo strumentale, una copia in piena regola di Steve Harris. Suonava terribilmente e sembrava terribile. Ma questo è l’unico modo per imparare, facendo errori.»95a934d9-c9ef-43fa-aab2-70ff1818261d

 

Quando hai inziato a fare concerti?

«Avevo circa 14 anni. Ho suonato tipo in sette band in una sola volta. Ero “il bassista”. Ho suonato il reggae una notte, un’altra la Dixieland, e un’altra notte ancora il rock ’n’ roll. Iniziai a suonare la batteria e andai in un gruppo punk. In questo modo ho iniziato ad assaggiare la birra. Linde suonava la chitarra. Era un traffico losco.

Lo abbiamo fatto per un pò e poi si vede chi è appassionato e chi no lo è. Come quando un hobby inizia a svilupparsi e diventa un’ossessione. Si vede chi è appassionato e chi no. Alcune persone hanno iniziato a studiare, altre sono andate via e hanno fatto qualcos’altro. Solo io e Linde eravamo seri su quella cosa e poi io e Migé. Dopo Migé ha fatto il servizio militare ed è stato fuori dal giro per un pò. Così abbiamo formato gli HIM due volte, una con Migé e dopo quando era rasato, nei boschi, con un AK-47.»

Tu hai fatto il servizio militare?

«No. Grazie a Dio ho avuto l’asma. Questò è stato il mio modo per uscirne. Il tempo per farlo sarebbe coinciso con il momento in cui abbiamo firmato. Ottenere un contratto discorgrafico è così difficile che non potevamo perdere tempo. Linde ha ottenuto quello che noi chiamiamo le carte rosse, significa che sei malato di mente, incapace per la guerra.»

 

Ha finto, vero? Non è realmente matto?

«È difficile dirlo. La giuria indaga ancora…»

 

 

Ricordi il primo concerto degli HIM?

«Era la notte di Capodanno tra il ’92 e il ’93, in un piccolo club. Tutti gli amplificatori saltarono in aria, c’erano venti persone ed è stato terribile. Ma io sembravo fantastico, così andò bene. Avevo suonato il basso in una marea di band diverse della scena club locale, quindi sapevo com’era stare su un palco.»

 

Avevi cantato prima?

«Non proprio. Era la prima volta. Intorno al ’94 abbiamo fatto il nostro primo demo. Io suonavo la batteria e cantavo e Linde suonava il basso e la chitarra. Con questa demo, stavamo cercando di trovare un cantante appropriato. Allo stesso tempo, io mi stavo allenando vocalmente in segreto. Saltavo la scuola e ascoltavo Angel Dust dei Faith No More, Ritual De Lo Habitual di Jane’s Addiction e della roba reggae- sono un grande fan del raggae. Facevo questo ogni giorno quando tornavo a casa.

Volevo provarci, ma dato che avevo suonato alcuni strumenti sul palco, mi faceva strano stare lì con un microfono. Questo probabilmente è il motivo per cui ho iniziato a fumare.

Il fumo e una bottiglia di vino rosso ti danno qualcosa a cui aggrapparti.»

 

Com’era la scena locale di Helsinki all’epoca?

«La scena era abbastanza vasta ma piuttosto incestuosa. Un sacco di persone che suonano nelle stesse band e che visitano gli stessi club. Ma allora molte band non erano così serie. A metà degli anni ’90, era impossibile pensare che una band finlandese avrebbe avuto un successo internazionale, o che avrebbe mai fatto un tour all’estero. Perciò era come se lo facessimo per divertimento e per la birra. Abbiamo fatto così per molto tempo.»

 

Cosa è cambiato?

«C’è stato un momento in cui ho pensato che avevamo bisogno di prendere le cose un po’ più seriamente, fare un ulteriore passo avanti, cercare di capire tutto. E ci sono voluti secoli, come sempre. Abbiamo fatto un sacco di demos, ed erano tutti merda. E poi abbiamo trovato l’oro quando abbiamo avuto l’idea di suonare Wicked Game di Chris Isaak. L’abbiamo inserita in un demo, e in due settimane abbiamo ottenuto un contratto con la BMG in Finlandia. Questo era folle, perchè era una major.»

 

Dov’eri quando hai ricevuto al telefonata?

«Ero seduto nella vasca. È stato prima dei cellulari, e il mio telefono stava squillando. Ero bagnato fradicio e saltellavo al telefono. C’era questo tizio che diceva, “Sono tizio-caio della BMG Finlandia.” Ho pensato che fosse un amico che mi stava facendo uno scherzo e stavo per riattaccare. Ma si è rivelato essere vero. Ricordo il primo incontro con loro. Non sapevo cosa aspettarmi, così ho indossato il mio abbigliamento anni ‘70. Sembravo Jim Morrison fatto di acido: grande cappotto di pelliccia, pantaloni super scampanati, super-zeppe… fumavo, probabilmente avevo in mano una birra.»

 

Ha funzionato, anche se…

«Alla fine è andata. È divertente, un sacco di quelle cose che le persone considerano essere ‘rock’n’roll’ sono basate sull’insicurezza. Ti nascondi dietro lo sfarzo. Marc Bolan si pensava fosse insicuro quando ha iniziato. Tutto questo eccesso, sono solo strumenti, provare ad essere accettato.»

 

A questo punto eri quello che stava spingendo gli HIM?

«Sono sempre stato il più serio, il ragazzo che faceva schioccare la frusta. Ma se senti il sapore di qualcosa che hai sempre voluto diventasse realtà, non c’è motivo di sputarci sopra. Alcune persone si spaventano, tipo, *voce indecisa*  “Ah, bene, forse voglio fare qualcosa di diverso …”

Ma io ero tipo, “Vediamo fin dove possiamo arrivare.”

L’EP uscì, penso fosse in 500 o 1000 copie. Abbiamo fatto comprare una copia a tutti I nostri genitori e parenti. Ho speso tutti i miei soldi comprandone un paio di copie. Poi hanno iniziato a suonare Wicked Game alla radio, e ci siamo fatti un paio di amici, e fu allora che iniziarono a passarci alla radio.»

 

Lavoravi ancora nel sex shop di tuo padre?

«Sì e no. Non ci lavoravo full time, mi piaceva aiutare a tempo perso. I miei genitori mi hanno aiutato molto. Mio padre ha pagato il mio affitto quando mi sono trasferito. Avevano un credo. “Lasciamo che il ragazzo ci provi. Vediamo che succede.”»

 

3e757f3d-5b7d-458d-994a-8c9eee6eff45Nella tua testa, sapevi che saresti diventato famoso?

«Non penso che si trattasse della fama. Ho sempre sentito una sorta di sicurezza nella musica. Come gli Iron Maiden, è un mondo nel quale entri e chiudi le porte dietro di te, ed è lo spazio nella tua testa, il tuo posto dove puoi nasconderti dal mondo. Ed è sempre stato così per me. Ero un grande fan di Steve Harris.

Amavo il fatto che suonasse così veloce da non potergli vedere le dita.

Lo chiamavamo ‘The Misty Sausages’.»

 

Hai mai incontrato Steve Harris?

«No, mai.»

 

Se lo incontrassi, gli racconteresti di ‘The Misty Sausages’?

«Sì, certo. Non stavamo provando a prenderlo in giro. Era un tributo. In realtà, sarebbe stato un bel nome per una tribute band.  Steve Harris’ Misty Sausages.»

All’inizio, c’era un’aria di occulto intorno alla band. Era qualcosa in cui eri coinvolto seriamente o era semplicemente un’immagine divertente?

«No, non era questione di immagine. Quando sei giovane, ti fai queste domande esistenziali, e inizi a leggere filosofia e a leggere delle religioni. Vedi i tuoi amici che si convertono al cristianesimo, o a qualcos’altro. Riguardava di più il fascino, andare a cercare questi libri rari nelle biblioteche. Abbiamo sempre cercato di onorare i maestri con quello che facciamo, e allo stesso tempo mantenere la nostra ironia a riguardo.»

Negli anni ‘90, la Scandinavia era la casa della musica satanica.

«Sì, all’epoca quando ci chiamammo His Infernal Majesty, ricevemmo un sacco di critiche da parte delle band di black metal, erano del tipo, “Che diavolo state facendo? Suonate questo hard rock mediocre e usate il nostro immaginario!”»

Avete mai avuto problemi fisici con i fans del black metal?

«Suonavamo in questo posto nel centro della Finlandia. Metà del pubblico erano queste persone goth-black metal che ci sputavano addosso. E l’altra metà erano dei testimoni di Jehovah che tenevano in mano la Bibbia e pregavano. Noi eravamo tipo, “Che diavolo succede?”

E il posto era pieno! Eravamo tipo “Certo, prenderemo i nostri soldi, fate quello che volete.”»

Vi sentivate come dei bambini strani nell’angolo?

«È stato così per un po’. Non proprio pericoloso, ma era… avventuroso. Ma eravamo felici di essere i bambini strani nell’angolo. Era bello essere degli outsiders. E in un certo senso lo siamo ancora. Tutto il genere Love Metal è un grosso dito medio alzato a tutti i generi e a qualsiasi altra cosa, in realtà non importa. Suoniamo la musica che vogliamo e le cose escono dai nostri cuori.

È ancora così. È divertente che la gente non sappia ancora metterci in un genere. E penso che questo sia un bel posto dove stare.»

Gli HIM non hanno impiegato molto a farsi notare fuori dalla Finlandia. Come è stato trovarsi in mezzo a questa cosa?

«È stato come essere sulle montagne russe. Col primo album abbiamo ricevuto un sacco di merda in Finlandia, penso che abbiamo fatto un concerto in Svezia o qualcosa del genere. Dopo siamo andati in Germania per la prima volta. Abbiamo suonato davanti a 200 o 300 persone, stava andando davvero bene. Poi abbiamo incontrato John Fryer, il produttore: era come parlare con un uomo inglese per la prima volta, essendo nel grande edificio della BMG per un incontro. Tipo, “Che diavolo è questo?” E poi John ha fatto da una sorta di apripista, siamo andati a Rockfield in Galles per registrare Razorblade Romance.

Dopo di ciò, si è scatenato l’inferno. Abbiamo pubblicato una canzone chiamata Join Me In Death in Germania, ed è diventata No.1, il che è folle con un titolo del genere. E l’album Razorblade Romance ha raggiunto il No.1 all’inizio del 2000. Tutto ad un tratto eravamo su una limousine e nei grandi talk shows. Abbiamo suonato molto in TV, un sacco di show per ragazzi.»

 

7209db5f-ab1b-4ca1-881d-4494a0bd4706Vi piaceva?

«Ne ridevamo. Non avevamo mai avuto i soldi o la possibilità di viaggiare e stavamo assorbendo molte informazioni.»

Parliamo di HER. Com’è stato fare un cambio di sesso?

[ride] «Ah, la questione HER. C’era American Him – un progetto di arte poco pregiata di un ragazzo di Chicago. Era tipo, “Questa è la mia identità, e questo è molto importante per me.” Poi tutto d’un tratto, è stato come [mima il gesto di sventolare un sacco di soldi in faccia a qualcuno]

‘Cha-ching, cha-ching, cha-ching’, e lui era come, “Okay, potete usarlo.”»

Quanto avete pagato?

«Non ricordo. Penso migliaia di dollari. E questo è stato un grosso problema per noi, ma fa parte della mitologia del rock’n’roll, ci sono un sacco di storie come questa. Devi riderci sopra. Anche i Nirvana hanno avuto lo stesso problema. Ho sempre avevo la sensazione che stavamo camminando in un sentiero di mostri. In ritardo, ovviamente.»

Con Razorblade Romance avete capito che il mondo si poteva aprire agli HIM?

«Nessuna rock band si augura di essere famosa solo in Germania. Ovviamente, avevamo assaggiato un po’ di successo, volevamo espandere il nostro territorio, come i cani che fanno la pipì in giro. Quello che abbiamo fatto è stato un album chiamato Deep Shadows And Brilliant Highlights, che è andato bene.

Questo ci ha reso possibile andare in tour per la prima volta nel sud dell’Europa. Alla BMG nel Regno Unito non fregava un cazzo di noi, perciò abbiamo risparmiato tutti i nostri soldi e li abbiamo spesi per un bus e un pub tour in Inghilterra.

Forse abbiamo fatto 15 concerti, e c’erano tipo venti persone ad ogni concerto.»

Com’è stato?

«È stato eccitante. Essere a Birmingham per la prima volta: Sabbath, Priest, tutto questo. Era il posto preferito dalle leggende. Tipo che poteva essere l’orinatoio dove Ozzy aveva fatto pipì nel’68.»

Ti ricordi il primo concerto in Gran Bretagna?

«È stato così tanto tempo fa. Sono abbastanza certo che non fosse a Londra. Abbiamo suonato in posti come Bradford e Leeds. Abbiamo fatto una note goth in questo club, e tutti ci odiavano. Abbiamo suonato per venti minuti e poi ce ne siamo andati. Ewan McGregor era nell’hotel, mi ricordo questo.»

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Quali sono state le tue prime impressioni dell’America?

«Non avevo aspettative. Siamo stati lì per un viaggio una tantum nel 2000. Avevamo appena incontrato Bam Margera di Jackass, e ci aveva invitati a suonare a Philadelphia ad una festa. Abbiamo suonato per trenta minuti. Alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato. Siamo tornati indietro più o meno due settimane prima del crollo delle Torri Gemelle.. c’è una foto di me in un furgone e si possono vedere le torri come mie corna. E’ davvero inquietante.»

Ti hanno dato fastidio le associazioni di satanismo al tuo nome?

«Veramente no. Quando ci incontri capisci che non siamo totalmente diabolici. Solo un po’.»

Come hai fatto a gestire quel primo impeto di successo?

«Ci ha fatto diventare pazzi? Penso che fossimo un po’ pazzi anche prima. Ma il successo è arrivato passo dopo passo e continente dopo continente. Penso che sia stata una fortuna non avere un successo mondiale improvviso, perché questo avrebbe fatto uscire di testa chiunque.»

Nei vostri primi tre album c’eri tu sulla copertina. Il fatto che sembrava che tu fossi il volto della band ha causato qualche attrito con gli altri?

«Forse dovresti chiederlo a loro. Con il primo album, avevamo solo l’idea di un’immagine artistica, e ha funzionato. Con Razorblade Romance, l’immagine era iconica e divertente, come se Michael Jackson avesse incontrato Marc Bolan. E siccome ha funzionato bene, abbiamo continuato sulla stessa linea anche per il terzo.»

Odierai questa domanda. Cosa ne pensi del fatto di essere un sex symbol?

«A dire il vero, non so cosa sia un sex symbol. I complimenti mi piacciono, ma ho sempre preferito quelli fatti alla musica. Sono un nerd. Mi piace parlare della musica.»

Love Metal è stato un enorme passo Avanti per la band, sicuramente nello UK. Com’è stato esserci in mezzo?

«Per me, con Love Metal abbiamo trovato l’identità della band. Siamo stati in tour così tanto, e abbiamo iniziato a lavorare su del materiale che era più in stile Sabbath, e sentivamo che l’Heartagram era più grande della mia faccia o della faccia di chiunque altro. Volevamo quel simbolo. Ecco perché l’abbiamo messo su Love Metal. Musicalmente, ha tutti gli elementi.

Per me, era come un momento di realizzazione: “Questo è quello che siamo, e questo è quello che faremo.”

La realizzazione creò unità e forza nella band, perchè stavamo andando tutti nella stessa direzione. I tour stavano andando davvero bene, stavamo ottenendo maggiori attenzioni in Inghilterra, le cose stavano iniziando a partire in America.»

ac5fc59f-9f39-43e6-a6e9-ca5aa3473d90Con l’album seguente, Dark Light, siete diventati la prima band finlandese ad ottenere il disco d’oro in America. Devi essere orgoglioso di questo risultato?

«È stato l’unico disco d’oro che non ho dato ai miei genitori. Ma è una di quelle cose, quando stai lavorando bene, sei molto impegnato tutto il tempo e non riesci ad apprezzare i frutti del tuo lavoro. Non ti puoi fermare perché le cose stanno andando bene, più concerti, più canzoni. È stato così per molti anni. Ed è probabilmente un qualcosa che mi ha portato fuori alcuni anni dopo.»

Venus Doom era un album molto diverso. Sembrava che stessi sfidando te stesso.

«Devi sempre sfidare te stesso. Non ha senso andare di routine. Si rifà alle mie origini, My Dying Bride, I primi Anathema, i vecchi Paradise Lost. Volevamo realizzare un album super-heavy, super-slow, incasinato. Era una specie di grido d’aiuto distorto, su tutti i livelli. Per quanto riguarda l’umore, in quel momento ero in un posto piuttosto scuro, partecipavo a molte feste, avevo una relazione difficile.»

Quanto è diventata buia la situazione?

«È diventata abbastanza cruenta. Bevevo moltissimo e non riuscivo più a dormire, vomitavo e cagavo sangue, non mangiavo per settimane e vivevo solo di birra.

È stata dura.

È quello che noi finlandesi chiamiamo ‘automedicazione’. Quello che provi a fare per prima cosa è andare alle feste, e all’inizio ti aiuta, ma quando devi sempre alzare la gradazione alcolica, e devi bere una cassetta di birra solo per arrivare ad un livello normale, poi ti fai un paio di bicchieri di Jack Daniel’s e sei al top. E dopo ricominci. Quando lo fai per mesi e mesi, ti consuma molto velocemente.»

Qual è stato il punto più basso di quel periodo?

«Beh, c’è stato il mio primo crollo nervoso. Stavamo registrando Venus Doom. Mi sono alzato senza capire dove fossi, con un grande gufo del nord sul mio davanzale, che mi bubulava.

Ero, tipo, “Che cazzo sta succedendo? Questo è tutto così surreale, c’è un gufo sul mio davanzale, dove mi trovo?” Non mi ero lavato per giorni. Ero sporco e ubriaco e gonfio.

Quella è stata la prima volta che ho dovuto chiamare i ragazzi e il produttore e dire “Non posso venire allo studio oggi”.

Tutto d’un tratto, non puoi far fronte alla realtà. Sembra che tutto stia crollando, perdi il senso della prospettiva, perdi il senso del passato, presente e futuro. Non so come spiegare. Deve essere diverso da persona a persona.»

Come hai fatto con la registrazione dell’album?

«Ho cercato di prenderlo il più alla leggera possibile, di mangiare qualcosa giusto per passare la giornata. E poi mi è risultato più facile quando siamo andati a Los Angeles per il mixaggio, ma una volta che il mixaggio ha iniziato ad andare bene, ho iniziato a bere ancora.

E allora la situazione si è fatta davvero critica, e ad un certo punto ho detto al nostro manager “Non posso farcela, ho bisogno d’aiuto”. Sono andato dai medici che mi hanno detto “Devi andare subito al pronto soccorso”. Ho detto “Non posso, perchè devo fare un’intervista”.

È divertente, ci stavo scherzando sopra, ma tutto era incasinato. E allora Seppo, il nostro manager, mi ha aiutato a trovare un posto a Malibu dove ho potuto prendermi un periodo di pausa. Questo ha aiutato davvero. E dopo questo, sono stato sobrio per circa quattro anni.»

Il resto della band ti è stato d’aiuto?

«È molto difficile parlare di queste cose. Non siamo americani nel senso che possiamo condividere e prenderci cura l’uno dell’altro facendo una sessione terapeutica. Quello che hanno fatto è stata una cosa molto scandinava, che è stata lasciarmi i miei spazi.

E rispetto questo tipo di supporto. Probabilmente erano molto preoccupati e cercavano di immaginare se la riabilitazione stesse andando bene, o se stava per ricominciare tutto da capo e mi sarei ubriacato di nuovo. È diventata una questione di orgoglio per me rimanere sobrio, e realizzare un album da sobrio, che è stato Screamworks.

Era semplicemente un’altra angolazione.»

Il Golf è la classica attività sportiva di recupero per le rock star. Hai mai pensato di praticarlo, uscire con Alice Cooper e così via?

Nah, non sono un tipo sportivo. La cosa della AA è: “Ho una malattia che non può essere curata, e hai bisogno di un potere superiore”. Ricordo che ero al centro di recupero, e dovevi dire la Preghiera della Serenità: “Dio dammi la serenità di blah blah blah…” Non potevo usare quella parola.

Ogni volta che era il mio turno di recitare questa preghiera, dicevo: “Ozzy, dammi la forza e la serenità per andare avanti…”

Pensi che tornerai ancora su quel sentiero?

«Quando le mani di Gas si sono rotte, mi sono ubriacato per la prima volta dopo anni. Ed è stato divertente, e dopo questo ho passato un anno abbastanza duro. È bello andare nel lato oscuro a volte, e poi apprezzi anche l’altro lato. Non si può fare quello che facciamo ed essere sempre ubriaco.

Quando sei un po’ più giovane ti puoi spingere un po’ oltre, ma poi fai degli show di merda e non è giusto nei confronti di chi ha pagato il biglietto e ha viaggiato per vederti, e non è giusto nei confronti degli altri ragazzi della band. Si tratta di trovare il giusto equilibrio.

Sono un ragazzo on-and-off. Se bevo, bevo davvero, per molto tempo.

E se non bevo, non bevo per niente.»

Parliamo di qualcosa di più leggero. Chi è il tuo artista preferito?

«Sono un fan dell’arte, ma sono quel tipo di ragazzo che avrebbe preferito avere un pennello di Picasso piuttosto che un quadro di Picasso. Ho sempre trovato il processo per ottenere qualcosa e le idee che ci stanno dietro molto più interessanti che i pezzi d’arte.

Al momento, mi piace molto Austin Osman Spare, anche se è molto più che un artista: lui è un mago e un libero pensatore. L’epoca in cui è vissuto, agli inizi del ventesimo secolo, è stata un’epoca interessante, e ha molto a che fare anche con l’arte attuale… come, quando, dove e perché è stata creata.

Caravaggio o chiunque altro, sono tecnicamente dei gran pezzi, ma non mi dicono niente perchè non posso capire com’era la vita quando vennero creati.»

A proposito dei film? La vedi nello stesso modo?

«Amo le persone che portano la propria personalità in quei film. Vado a periodi. Lo faccio sempre. Sono ossessionato da una cosa per volta. A un certo punto ho amato Hitchcock, poi sono stato preso da Luis Buñuel e tutte quelle cose.

Anche da Maya Deren: lei era un regista donna surreale, una persona pazza, in senso buono.

La maggior parte del tempo, riguarda i personaggi. Sono stato dipendente dalle biografie rock’n’roll. Leggevo anche degli artisti che non amavo molto. Ma mi interessava come erano arrivati lì.

Probabilmente avrei dovuto fare l’antropologo. Non lo so, ho trovato qualcosa di interessante.»

Sei mai stato tentato di recitare?

«Ho avuto offerte nel passato. Niente di grosso, niente d’interessante. Ma non sono un attore.

Ho sempre pensato che dovremmo vendere circa 80 milioni di copie prima che io diventi un attore, un pittore, un cantante d’opera o un personaggio della TV.

Credo che ci voglia una certa quantità di noia per provare questa strada.»

Chi sono le tre persone, vive o morte, che inviteresti a cena?

«Cazzo… questa è una domanda difficile. Gesù Cristo sarebbe ovviamente uno. O persone come Edgar Allan Poe, HP Lovecraft, Austin Osman Spare. Ma non sceglierei tre persone dello stesso ambiente, avrei bisogno di persone che litigassero.

Paperino, Mussolini e Anton LaVey.

In realtà, per essere onesto con te, probabilmente inviterei i miei compagni. Potrei essere il cameriere, cercando di capire di cosa stanno parlando.»

Hai detto che un sacco di rock stars sono insicure sotto la superficie. E tu?

«Dipende. La cosa bella della nostra band è che potremmo essere pretenziosi e eccessivamente sfarzosi per quanto riguarda la musica, ma non abbiamo un alter-ego quando si tratta di noi come persone, siamo chi siamo e quello che vedi è quello che ricevi, nel bene e nel male.

Rende le cose molto più semplici, se non piaci alla gente, possono andare a farsi fottere.

È l’attitudine più semplice. Perchè ti evita un sacco di pensieri. Consente al piccolo disco fisso, il tuo cervello, di concentrarsi sull’essenziale. Che nel nostro caso è quello di rubare riff e mettere i pezzi in un ordine diverso e rivendicarli come la nostri.»

C’è una parte di te che pensa, “Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Adesso posso vivere di rendita”?

«No. Ci sono momenti in cui mi annoio o sento repulsione quando vedo una chitarra acustica. Dopo un tour lungo, o dopo un album, puoi avere una sorta di blocco del musicista. Pensi “Chi diavolo me lo fa fare?

È tutto, ho finito”. Ma poi ci sono discussioni che non posso fare a parole, posso farle solo musicalmente. È quella melodia, quel momento…

È una comunicazione senza parole, ed è una comunicazione con te stesso, una sorta di meditazione. Da qualche parte, se trovi quelle note che ti portano in un posto nella tua testa dove non sei mai stato prima, o note che ti riportano all’infanzia, o in autunno, o in un posto dove non sei mai stato prima. È questo che rende la musica veramente interessante.

Per me, è un posto segreto, un modo per evadere. È molto meglio di alcol e droghe.»

0cce795d-5d0d-43e8-b6a9-8239375820c5Non ascolti mai I tuoi vecchi dischi pensando, “Chi è questo ragazzo”?

«Oh sì. Non passo il tempo ascoltando i nostri dischi vecchi, ma quando abbiamo iniziato l’ultimo disco, ho fatto capolino indietro, solo per controllare cosa avevamo fatto. A volte sei talmente immerso in quello che stai facendo che sei convinto di reinventare la ruota, e quando torni indietro e ascolti una canzone pensi “Oh, cazzo, questo è esattamente lo stesso riff che ho scritto nel ’99!” o in qualsiasi altra epoca. Succede tutte le volte. C’è un sacco di roba che non farei adesso, ma poi di nuovo, capisco che abbiamo fatto tutto per una ragione all’epoca. Era come ci sentivamo allora, e penso che l’onestà sia la cosa più importante.»

Quanto sei orgoglioso dell’eredità degli HIM?

«Beh, sono orgoglioso di essere amico di questi ragazzi che mi hanno supportato attraverso anni orribili, orrendi e meravigliosi. Questo è il mio modo personale di pensare all’eredità.

È abbastanza raro vivere la vita con i tuoi migliori amici, in giro per il mondo, facendo esperienze meravigliose e orrende, incontrando grandi persone, facendo nuove amicizie in continenti lontani. Sicuramente non ho più il talento per diventare qualsiasi altra cosa.

Questo è tutto il danno cerebrale che ho fatto a me stesso.»

Fonte

heart

Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni, Katia Arduini-

Revisione a cura di Marianna Piersante e Fabiana Urbisci.

Posted by Fabiana Urbisci

“È vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo/traduzione, sia in formato cartaceo che telematico, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.”

 

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