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Intervista esclusiva al frontman degli H.I.M. Ville Valo sull’addio dopo 25 anni insieme

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“Non c’era la scintilla. Abbiamo iniziato a lavorare al nuovo materiale. Alle mie orecchie non suonava bene, sembrava troppo, troppo vecchio,” il frontman degli H.I.M. Ville Valo racconta semplicemente il modo in cui il gruppo rock finlandese si è separato dopo un quarto di secolo insieme.
Siamo all’iconico Sunset Marquis la mattina dopo che la band ha suonato il primo dei due concerti sold-out al Wiltern. Il tour, soprannominato secondo la tipica stravaganza degli H.I.M., “Bang & Whimper,” è molto più bizzarro che piagnucoloso. Dal momento in cui le luci si sono spente e il brano d’apertura “Buried Alive by Love” è partito, la folla era in delirio.
Quando racconto a Valo di una donna al bar che si è divertita e ha vomitato su tutto il pavimento, sorride. “Non sapevo che esistessero ancora persone del genere,” dice ridendo.

Ma poi afferma giustamente. “È come una sorta di macchina da viaggio nel tempo.”

Per 25 anni le leggende del “Love Metal”, come sono stati chiamati per la loro unica fusione tra testi romantici alla Cure e superbi collegamenti e riff pop/metal, hanno costruito un enorme seguito di culto, molti dei quali hanno giurato fedeltà agli H.I.M. sin dall’inizio. Così come i fans dicono addio, l’emozione e l’energia di questi ultimi show americani sta sorprendendo persino la band. La parte americana del tour finirà domani sera, il 17 novembre, a New York. Si può solo immaginare la furia della folla quando le note finali di “When Love And Death Embrace,” che è stato il brano di chiusura durante questo tour, riempiranno l’Hammerstein Ballroom.
In questa intervista esclusiva, l’unica per il Nord America rilasciata da Valo per il tour d’addio, parla del futuro, del perché era il momento di dire addio e di come non vede l’ora di “pattinare sul ghiaccio sottile” come artista.

Steve Baltin: Lo spettacolo della scorsa notte al Wiltern è stato folle. Appena si sono abbassate le luci, il pubblico è impazzito.

Ville Valo: Sì, non so cosa sia successo, è come una sorta di macchina del tempo. Succederà anche stasera. Ed è abbastanza raro che una rock band lo ottenga, io la chiamo la costruzione dei mondi. Bands come gli Zeppelin, i Type O Negative, i Sisters Of Mercy, gli AC/DC, ti risucchiano nel loro mondo, che ha le sue regole, la sua geografia ed è abbastanza eccitante. Quindi, anche al più piccolo livello microscopico, se siamo da qualche parte lì intorno è fantastico. Molte band nuove non hanno questo genere di cose.

Baltin: Quindi hai passato 25 anni circa costruendo questo villaggio. Diventa scoraggiante o triste pensare di lasciarsi questo mondo alle spalle? O ti senti semplicemente pronto?

Valo: Prima di tutto penso di essere onesto con te. Alla fine della giornata devi fidarti del tuo istinto. È una cosa difficile da fare quando si tratta di cinque persone che si conoscono tra loro da quando erano bambini e che hanno costruito un mondo o in qualsiasi modo tu voglia chiamarlo nell’ ultimo quarto di secolo. Anche se il tuo istinto ti dice che è ora di saltare giù dal treno, non è una cosa facile da realizzare. Perciò ci sono voluti circa due anni per rendersene veramente conto e assicurarsi che siamo effettivamente della stessa idea e questo deve essere fatto. Andare in tour è ancora bello, andare in tour è divertente, andiamo molto d’accordo, ma questa è stata una delle altre cose che ho pensato: è bello fare la serie degli ultimi hurrah in tour.

Baltin: La risposta del pubblico ti ha forse ispirato a riconsiderare l’idea?

Valo: Questo mi da la motivazione per scrivere canzoni sempre migliori per il mio prossimo progetto, qualsiasi sarà. Questo è come la penso. Alcune canzoni funzionavano davvero bene, suoniamo dalla fine degli anni ’90 e tutte le persone, anche persone nuove, cantano insieme quei testi che ho scritto quando avevo 20 o 19 anni, il che è eccitante. Quindi non riesco a vedere perché non possa continuare, probabilmente in modo diverso, ma è la parte eccitante. Mi piace pattinare sul ghiaccio sottile. Penso ci debba essere questa componente non necessariamente pericolosa, ma che ti sorprende e ti fa stare in punta di piedi. Se le cose diventato troppo facili o comode, devi fare qualcosa a riguardo. E penso che noi lo siamo.

Baltin: Sono d’accordo con te, ma adesso c’è questa mentalità nel rock and roll di suonare sicuro nel mondo che si sono costruiti.

Valo: Lo so, ma alla fine dei conti questo mondo in particolare non sta andando da nessuna parte. Ci piace quello che abbiamo fatto, siamo davvero felici che abbia funzionato così bene e che ancora lo faccia, il che è piuttosto strano. Ovviamente è strano per noi su tutti i livelli possibili. Sarebbe più facile se ci fosse dell’animosità. E all’inizio non avevamo in mente di fare il tour, ma ho pensato che dovevamo lasciare il tutto su quella che io chiamo “la nota più bassa”. Dobbiamo lasciare il rombo alle nostre spalle.

Baltin: Facciamo un salto in avanti al 1 gennaio 2018. Quella sarà la notte dopo l’ultimo show degli H.I.M.. Adesso che hai iniziato il tour puoi anticipare come ti sentirai quella notte?

Valo: Non ne ho idea, abbiamo ancora 43 concerti da fare prima della fine del tour. Perciò vedremo quanto saremo stanchi prima di questo. A gli ultimi concerti che si svolgeranno in Finlandia ci sarà un sacco di gente delle nostre famiglie e vecchi amici da lontano e i nostri parenti e cose così. Perciò sarà speciale anche per questo e, in questo senso, sarà più rituale rispetto a un concerto. Perciò sono certo che sarà strano, sono certo che sarà fantastico e così via. Ma sì, sarà strano e bizzarro e la mia tecnica per affrontare il vuoto e il senso di abbandono sarà prendere la chitarra perché è quello che faccio sempre quando mi sento a disagio. Quindi scriverò altre canzoni. Ho già scritto canzoni e alcune di queste dovevano essere per i ragazzi, ma siccome il prossimo capitolo degli H.I.M. non è decollato ne farò qualcosa.

Baltin: Vedi un album da solista o non sai cosa sarà? 

Valo: Per essere onesto con te, non lo so. La cosa divertente è che ho lavorato su alcune canzoni e alla fine dei conti, anche canzoni nuove, suonavano un po’ come pezzi degli H.I.M. Perciò il mio scopo non è quello di diventare un interprete solista che suona folk qualunque sia la roba, e lo rende davvero scarso e getta via tutto o fa cose super pop o altro. Non m’interessa. Sono interessato al rock and roll, ma l’imperatore ha bisogno di vestiti nuovi.

Baltin: Perciò non farai uscire un album dance?

Valo: Cazzo no. Non so nemmeno come farlo. Mi piace la musica elettronica, mi è sempre piaciuta, ma mi diverto con le chitarre rumorose e mi piace la malinconia e quando inizio ad elencare le cose che mi piacciono della musica suonano molto come gli H.I.M.

Baltin: Sarà interessante vedere come questo si evolve perché hai il tuo stile e la tua voce.

Valo: Sarà interessante, quindi è ovviamente difficile. Non ho più 20 anni quindi fare qualcosa del tutto nuovo è una sfida in sè e vedere se le persone sono davvero interessate. Ma preferisco comunque correre il rischio e vedere il resto dei ragazzi della band fare le loro cose e rischiare invece di diventare questo jukebox semi-rotto, come una tribute band di se stessi, che penso avrebbe potuto avere senso se avessimo potuto vendere, aggiungere un qualche zero alla fine, come i Rolling Stones. Ma penso che non abbiamo mai registrato l’album perfetto degli H.I.M., non siamo arrivati così lontano.

Baltin: Dal momento che hai ancora questa sfida e nessuna animosità…

Valo: Abbiamo ancora questi 43 concerti, perciò alla fine ci sarà animosità (ride). Ancora una volta, mai dire mai. Onestamente i ragazzi mi piacciono perciò non avrei problemi a fare qualcosa insieme. Ma ora non è il momento, perciò non so cosa riserva il futuro, non ne ho idea. Penso che alcuni dei ragazzi lavoreranno a cose legate alla musica, ma gli individui nella band sono abbastanza differenti uno dall’altro. Perciò è davvero difficile dire se saremo fisicamente nella stessa città nei prossimi anni. Ma vedremo. C’è un motivo per finire adesso e non sappiamo come reagiremo. Questo è come la piastra di Petri in azione, questo è il processo chimico o il test o in qualsiasi altro modo tu voglia chiamarlo che sta accandendo e entro la fine dell’anno sapremo come oscillerà, più o meno. E poi probabilmente ci vorrà anche un po’ di tempo per recuperare.

Baltin: Ci sono alcune canzone che stanno assumendo un significato particolare dal momento che le canti per quella che potrebbe essere l’ultima volta con I ragazzi?

Valo: Questo è il primo tour, da quando so che non avremo un album futuro con gli H.I.M. Posso vedere tutto il materiale che stiamo suonando ogni sera come il corpo principale del lavoro perché non ce ne sarà più. Per la prima volta in canzoni come “Join Me In Death,” sento le parole in modo diverso, forse canto le canzoni in modo un po’ diverso. Lo apprezzo non necessariamente come un estraneo, ma posso vedere la foresta attraverso gli alberi un po’ meglio. È diverso. In fin dei conti questo è anche lo scopo di questo tour, è che possiamo essere anche dei fans. Non necessariamente fans di noi stessi, ma di tutto il movimento che è successo durante gli ultimo 26 anni circa. È l’occasione di un gruppo di persone a caso provenienti da un paese a caso nel mezzo del niente più o meno, che sono stati in grado di viaggiare per il mondo e di essere ancora in qualche modo rilevanti per un bel po’ di persone. Quindi è abbastanza sorprendente. È una celebrazione di ciò, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che le persone hanno fatto perché ciò accada, e la musica è la colonna sonora di ciò.

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Fonte

Traduzione  italiana  di Katia Arduini – Revisione a cura di Fabiana Urbisci.

Posted by Fabiana Urbisci

“È vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo/traduzione, sia in formato cartaceo che telematico, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.”

 


Mostra fotografica sugli HIM al Museo d’Arte di Helsinki e alla Galleria Tiketti per il 20° Anniversario di TUSKA

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Il museo d’arte di Helsinki (HAM), il festival Tuska e la Galleria Tiketti presentano un progetto unico realizzato all’HAM dal più famoso fotografo rock finlandese, Ville Juurikkala. Juurikkala documenta la leggendaria band HIM mentre si prepara per il loro tour di addio nel suo progetto intitolato “HIM: Right Here In My Eyes”. Oltre a questo progetto, la Tuska festeggia il suo ventesimo anniversario con un’altra mostra di Juurikkala nella Galleria Tiketti – una selezione più ampia di foto che illustreranno gli artisti di questo festival speciale, tra cui AMORPHIS, APOCALYPTICA, HIM e SONATA ARCTICA.

Juurikkala spiega l’idea fondamentale dell’esposizione: “La mostra all’HAM è una raccolta di foto inedite e questa volta intendo davvero foto mai viste prima. Persino io non le ho ancora viste, dal momento che gli eventi che documenterò avverranno nel prossimo futuro. Inizierò il servizio fotografico con la band questa settimana e le ultime foto saranno scattate durante il Tuska.”

“Ho iniziato a fotografare gli HIM più di un decennio fa. Da allora ho lavorato con molti artisti internazionali, tra cui Slash dei GUNS N’ ROSES e Steven Tyler degli AEROSMITH, ma anche se sono artisti che vendono di più, a parer mio, non sono in nessun modo tanto carismatici quanto gli HIM. È grazie a questo carisma unico che sento che le migliori tra le mie vecchie foto sono quelle di Ville Valo e degli HIM. Questa visione è sostenuta da tutti i commenti che ho ricevuto dalle persone che hanno visto il mio lavoro alle mostre e altrove. A parte questo, con Ville abbia deciso che non allestiremo questa mostra su roba vecchia. Ciò che conta veramente è il qui e ora.”

Ville Valo ha aggiunto: “Ville Juurikkala è il miglior fotografo per noi: è buono, gentile e grezzo”.

Le foto di Juurikkala di vari artisti finlandesi di Tuska di quest’anno sono esposte alla Galleria Tiketti. Oltre agli HIM, sono comprese i LOST SOCIETY, i BROTHER FIRETRIBE e i SONATA ARCTICA. “La mostra alla Tiketti Galleria comprende anche un sacco di lavori interessanti”, dice Juurikkala. “Ci sono alcuni scatti già famosi (ad esempio, l’immagine degli HIM del manifesto del 20° anniversario di Tuska e un’altra foto dell’anniversario degli APOCALYPTICA) ma dalle prosiime settimane ci saranno anche un sacco di nuovi lavori. Ci sono foto del matrimonio di Perttu Kivilaakso di qualche mese fa, dove gli APOCALYPTICA mostrano un lato più luminoso della band normalmente losca. Ci sono anche le nuovissime foto promozionali della band AMORPHIS. Tutto sommato, questa è la raccolta più recente e unica ho composto per una mostra”.

Tutte le opere in entrambe le mostre sono in vendita presso la Galleria Tiketti e online su www.tiketti.fi/galleria. Anche gli originali unici esposti all’HAM, firmati da Valo e da Juurikkala, sono disponibili via Tiketti.

“Tuska 20 Years”, il libro dell’anniversario (Like Publishing Ltd, disponibile solo in finlandese per ora) e i gioielli della collezione “Tuska 20th Anniversary” saranno venduti alla Galleria Tiketti durante tutta la mostra.

 

Per saperne di più all’indirizzo: http://www.blabbermouth.net/news/him-photo-exhibition-at-helsinki-art-museum-and-tiketti-galleria-as-part-of-tuskas-20th-anniversary.html#FPdjoYQQA5lAMd14 .99

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Fonte

Traduzione  italiana  di Katia Arduini – Revisione a cura di Claudia Micacchioni.

Posted by Fabiana Urbisci

“È vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo/traduzione, sia in formato cartaceo che telematico, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.”


Ville Valo “Amore, Droghe, Morte” (e HIM)

Quando abbiamo visto questa lunghissima intervista a Ville pensavamo si trattasse di una nuova ed entustiaste ci siamo buttate nella traduzione. Per poi renderci conto che erano cose che in moltissimi altri articoli avevamo già avuto modo di tradurre e leggere… e capire che altri non era che uno degli articoli contenuti nella Fanpack del 2012 uscita in edizione limitata con il cd di Tears on Tape!

Ormai era troppo tardi per lasciar perdere e abbiamo pensato che ai fan italiani fa sempre piacere leggere il nostro logorroico leader parlare del più e del meno… quindi gustatevela, in attesa che torni presto a parlarci del nuovo progetto della band!

*Lo staff Faith*

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tumblr_mr38omqAlM1se2peao5_1280Nella sua intervista più rivelatrice, Ville Valo parla degli inizi, delle rotture e del fatto di essere un sex symbol.

Poche persone hanno la buffa autoironia di Ville Valo. Gli HIM possono aver collezionato più di otto milioni di vendite dalla loro creazione ad Helsinki 21 anni fa, diventando la più grande esportazione musicale finlandese di sempre, ma il loro frontman può far scoppiare la bolla di pomposità e pretese – non ultimo la sua – con una battuta ben finalizzata.

Il maestoso Ville è in ottima forma.

Sembra ben tenuto e rigenerato, come un personaggio di una poesia di Byron. Il suo inglese impeccabile farebbe vergognare molti madrelingua, ed è abbastanza coinvolgente e candido da parlare di tutto, dai suoi incontri adolescenziali con l’occulto, al lavorare nel sex shop del padre, fino al suo punto più basso raggiunto all’incirca all’epoca dell’album del 2007 Venus Doom.

Visto che la loro carriera è stata, come la chiama Ville, “una corsa sulle montagne russe”, c’è tantissimo di cui parlare.

«Fai del tuo peggio», dice con un sorriso.

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La tua ultima uscita Tears On Tape era l’ottavo album degli HIM. Diventa più facile?

«No, diventa più dura.» , ride.

«Man mano che invecchiamo, ci sono un sacco di notti insonni. No, credo che bisogna sfidare se stessi, far finta che si sta reinventando la ruota.

È questo il rock’n’roll, giusto? Essere un bastardo egocentrico.»

 

Come sai quando è il momento per fare un nuovo album? Ti alzi una mattina e vai, “Ok, facciamolo!

«No, è il saldo della carta di credito. E non è tanto bella adesso. Non riusciamo più a pagare le tasse, non posso cambiare le corde della mia chitarra acustica. Questo è uno dei motivi.

Ma no, è un bisogno. Un impulso molto primordiale e sessuale. Almeno a livello intellettuale.»

 

Vorresti spiegare il titolo dell’album?

«Tears On Tape è stata una delle prime canzoni che ho scritto per l’album. E ovviamente, è un titolo semplice: è facile da ricordare, è molto HIM…

Ma la risposta onesta, sincera è che fa riferimento alle lacrime versate dai nostril idoli – quelle di Ozzy e di Robert Plant, – le persone che hanno messo le loro emozioni su nastro in passato, creando pezzi d’arte che ci hanno spinto ad andare avanti durante questi anni.

Si tratta del potere curativo della musica hard rock. È questo il significato per me.

E suona meglio che Tears On CD. O Tears On Digital Ones And Zeros.»

1366043054_him_combined-4C’è un tema o un concept dietro all’album?

«Per quanto riguarda i testi, sono super lento e sono sempre stressato, perciò scrivo tutti i testi in una settimana. Quindi c’è un tema in questo senso, nel senso che tendo a scrivere di quello che accade intorno a me, più o meno.

Musicalmente, era uno stato d’animo che stavamo cercando – cercando di catturare l’incontro fangoso tra i riff alla Electric Wizard-Kyuss-Black Sabbath e quelli più deboli alla Roy Orbison.

E mettere questi elementi insieme in un miscuglio che funzionasse, invece di fare un pezzo alla Roy Orbison e poi uno metal. È bello suonare la chitarra acustica e fingere di essere degli anni ‘50, mentre la band sta fingendo … qualsiasi cosa stiano fingendo.

Fino a quando fingiamo tutti.»

 

L’album ha richiesto molto tempo per farlo. Qual è stato il ritardo?

«È stato straziante. Ad essere onesto, quando abbiamo iniziato non suonava bene. Ero un pò frustrato di questo, ed eravamo stanchi della musica reale, e tutto ad un tratto, il nostro batterista, Gas ha iniziato a sentire questo male alla mano. Hanno scoperto che aveva alcuni nervi danneggiati e nello stesso tempo un disturbo degli arti superiori da lavoro (RSI). La cosa frustrante era che i medici non potevano dire a) se sarebbe stato di nuovo capace di suonare e b) quanto tempo fosse necessario per guarire, sempre se fosse guarito. Quindi avremmo dovuto aspettare 30 giorni e i dottori erano come “No, devi aspettare un altro mese, e un altro mese e un altro ancora.”»

Deve essere stata dura sia per te che per la band…

«Ognuno di noi ha iniziato a perdere le speranze. Era come “La band si romperà? Cosa succederà?” Avevamo una crisi esistenziale che ci ha permesso per la prima volta di riflettere un po’: “Cosa significava per noi la band? Cosa significavamo l’uno per gli altri? ”

Poi abbiamo fatto un grande incontro per capire il da farsi: “Dovremmo prendere qualcun’altro per suonare se lui non può farlo?” Gas era all’incontro, non volevamo parlare alle spalle di nessuno. Abbiamo discusso le diverse opzioni. “Dovremmo iniziare a lavorare con qualcun’altro e quando Gas si sentirà meglio lui rientrerà nella band?”

Ognuno di noi stava per piangere e abbiamo detto “No, non possiamo farlo. Aspettiamo.”»

E ancora non sapevate quanto tempo ci volesse per il suo recupero?

«No, è stato di cinque mesi. E ci sono voluti altri tre mesi. Otto mesi in tutto.

E poi ha detto “Penso che sia il tempo di andare in sala prove e provare”.  Siamo andati e abbiamo suonato quattro notti consecutive, abbiamo fatto un concerto vero e proprio ogni sera, un’ora e mezza. E ogni cosa era perfetta, e questo ha dato alla band un sacco di energia e fede.

È stato ritrovare la passione per la musica, verso il gruppo e verso i ragazzi.»

Ci sono stati lati positivi che sono venuti fuori?

«Si deve pensare agli ostacoli come sfide, o che i problemi si devono risolvere in un modo o nell’altro. E questo mi ha permesso di passare molto tempo a lavorare sulle canzoni, ed è stata una buona cosa. E ciò ha permesso ad ognuno di noi di prendere una pausa, giusto per rilassarsi un pò.

È stata una buona cosa. Penso che l’album sarebbe stato molto più debole se non avessimo subito il danno.»

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Vi siete avvicinati alla separazione in quel momento?

«Siamo sempre separati in qualche modo. Siamo piuttosto energici. Soprattutto perché siamo ua band che gira molto. Lo abbiamo fatto per così tanto tempo che si inizia a pensare “Questo è tutto, questo è tutto!” Bisogna avere questi momenti difficili.

È una riunione ogni volta che rientriamo in sala prove.»

Lo avete fatto per molto tempo…

«Sì, abbiamo iniziato nel 1992. Avevo tipo 15 anni. Eravamo io Migé e un batterista. Io suonavo un basso a sei corde. Abbiamo discusso sul nome della band. Ma poi Migé dipinse “His Infernal Majesty” nel suo bagno. L’intera conversazione si è fermata sul nome “È lì, non possiamo cambiarlo, questo è tutto!”.»

Hai conosciuto gli altri dopo?

«Migé e Linde li conoscevo da quando avevo circa dieci anni. Siamo andati nella stessa scuola. Migé è andato a scuola superiore con Burton, il tastierista. Ci conoscevamo da anni. È una benedizione e una maledizione. È difficile lavorare con i tuoi migliori amici, ma allo stesso tempo hai una spalla su cui piangere sul tourbus.  Le persone si preoccupano veramente.»

 

 

Sembra una famiglia…

«La Famiglia Addams, forse. Ma è comunque una famiglia.»

 

Torniamo un pò indietro. Hai avuto un’infanzia musicale?

«No. Mio padre non cantava per niente, ma i miei genitori ascoltavano un sacco di musica. Loro mi hanno raccontato storie sull’ascolto della vecchia musica folk tradizionale Finlandese e questo era la sola cosa che potesse farmi smettere di piangere. Ricordo mio padre che mi prendeva e mi faceva ballare intorno alla musica. Prima di avere un sexy shop era un tassista e aveva la radio accesa tutto il tempo quando mi veniva a prendere alla scuola materna e a scuola. Ho ascoltato un sacco di musica quando ero un ragazzo.»

 

Qual è stato il tuo primo strumento?

«Ho iniziato a suonare il basso quando avevo otto anni. Ho continuato per un bel pò.»

 

E ricordi la prima canzone che hai scritto?

«Oh sì. È terribile. Ce l’ho su una casetta da qualche parte. Non ricordo come si chiamava. Può darsi che non abbia un titolo. Era un piccolo pezzo strumentale, una copia in piena regola di Steve Harris. Suonava terribilmente e sembrava terribile. Ma questo è l’unico modo per imparare, facendo errori.»95a934d9-c9ef-43fa-aab2-70ff1818261d

 

Quando hai inziato a fare concerti?

«Avevo circa 14 anni. Ho suonato tipo in sette band in una sola volta. Ero “il bassista”. Ho suonato il reggae una notte, un’altra la Dixieland, e un’altra notte ancora il rock ’n’ roll. Iniziai a suonare la batteria e andai in un gruppo punk. In questo modo ho iniziato ad assaggiare la birra. Linde suonava la chitarra. Era un traffico losco.

Lo abbiamo fatto per un pò e poi si vede chi è appassionato e chi no lo è. Come quando un hobby inizia a svilupparsi e diventa un’ossessione. Si vede chi è appassionato e chi no. Alcune persone hanno iniziato a studiare, altre sono andate via e hanno fatto qualcos’altro. Solo io e Linde eravamo seri su quella cosa e poi io e Migé. Dopo Migé ha fatto il servizio militare ed è stato fuori dal giro per un pò. Così abbiamo formato gli HIM due volte, una con Migé e dopo quando era rasato, nei boschi, con un AK-47.»

Tu hai fatto il servizio militare?

«No. Grazie a Dio ho avuto l’asma. Questò è stato il mio modo per uscirne. Il tempo per farlo sarebbe coinciso con il momento in cui abbiamo firmato. Ottenere un contratto discorgrafico è così difficile che non potevamo perdere tempo. Linde ha ottenuto quello che noi chiamiamo le carte rosse, significa che sei malato di mente, incapace per la guerra.»

 

Ha finto, vero? Non è realmente matto?

«È difficile dirlo. La giuria indaga ancora…»

 

 

Ricordi il primo concerto degli HIM?

«Era la notte di Capodanno tra il ’92 e il ’93, in un piccolo club. Tutti gli amplificatori saltarono in aria, c’erano venti persone ed è stato terribile. Ma io sembravo fantastico, così andò bene. Avevo suonato il basso in una marea di band diverse della scena club locale, quindi sapevo com’era stare su un palco.»

 

Avevi cantato prima?

«Non proprio. Era la prima volta. Intorno al ’94 abbiamo fatto il nostro primo demo. Io suonavo la batteria e cantavo e Linde suonava il basso e la chitarra. Con questa demo, stavamo cercando di trovare un cantante appropriato. Allo stesso tempo, io mi stavo allenando vocalmente in segreto. Saltavo la scuola e ascoltavo Angel Dust dei Faith No More, Ritual De Lo Habitual di Jane’s Addiction e della roba reggae- sono un grande fan del raggae. Facevo questo ogni giorno quando tornavo a casa.

Volevo provarci, ma dato che avevo suonato alcuni strumenti sul palco, mi faceva strano stare lì con un microfono. Questo probabilmente è il motivo per cui ho iniziato a fumare.

Il fumo e una bottiglia di vino rosso ti danno qualcosa a cui aggrapparti.»

 

Com’era la scena locale di Helsinki all’epoca?

«La scena era abbastanza vasta ma piuttosto incestuosa. Un sacco di persone che suonano nelle stesse band e che visitano gli stessi club. Ma allora molte band non erano così serie. A metà degli anni ’90, era impossibile pensare che una band finlandese avrebbe avuto un successo internazionale, o che avrebbe mai fatto un tour all’estero. Perciò era come se lo facessimo per divertimento e per la birra. Abbiamo fatto così per molto tempo.»

 

Cosa è cambiato?

«C’è stato un momento in cui ho pensato che avevamo bisogno di prendere le cose un po’ più seriamente, fare un ulteriore passo avanti, cercare di capire tutto. E ci sono voluti secoli, come sempre. Abbiamo fatto un sacco di demos, ed erano tutti merda. E poi abbiamo trovato l’oro quando abbiamo avuto l’idea di suonare Wicked Game di Chris Isaak. L’abbiamo inserita in un demo, e in due settimane abbiamo ottenuto un contratto con la BMG in Finlandia. Questo era folle, perchè era una major.»

 

Dov’eri quando hai ricevuto al telefonata?

«Ero seduto nella vasca. È stato prima dei cellulari, e il mio telefono stava squillando. Ero bagnato fradicio e saltellavo al telefono. C’era questo tizio che diceva, “Sono tizio-caio della BMG Finlandia.” Ho pensato che fosse un amico che mi stava facendo uno scherzo e stavo per riattaccare. Ma si è rivelato essere vero. Ricordo il primo incontro con loro. Non sapevo cosa aspettarmi, così ho indossato il mio abbigliamento anni ‘70. Sembravo Jim Morrison fatto di acido: grande cappotto di pelliccia, pantaloni super scampanati, super-zeppe… fumavo, probabilmente avevo in mano una birra.»

 

Ha funzionato, anche se…

«Alla fine è andata. È divertente, un sacco di quelle cose che le persone considerano essere ‘rock’n’roll’ sono basate sull’insicurezza. Ti nascondi dietro lo sfarzo. Marc Bolan si pensava fosse insicuro quando ha iniziato. Tutto questo eccesso, sono solo strumenti, provare ad essere accettato.»

 

A questo punto eri quello che stava spingendo gli HIM?

«Sono sempre stato il più serio, il ragazzo che faceva schioccare la frusta. Ma se senti il sapore di qualcosa che hai sempre voluto diventasse realtà, non c’è motivo di sputarci sopra. Alcune persone si spaventano, tipo, *voce indecisa*  “Ah, bene, forse voglio fare qualcosa di diverso …”

Ma io ero tipo, “Vediamo fin dove possiamo arrivare.”

L’EP uscì, penso fosse in 500 o 1000 copie. Abbiamo fatto comprare una copia a tutti I nostri genitori e parenti. Ho speso tutti i miei soldi comprandone un paio di copie. Poi hanno iniziato a suonare Wicked Game alla radio, e ci siamo fatti un paio di amici, e fu allora che iniziarono a passarci alla radio.»

 

Lavoravi ancora nel sex shop di tuo padre?

«Sì e no. Non ci lavoravo full time, mi piaceva aiutare a tempo perso. I miei genitori mi hanno aiutato molto. Mio padre ha pagato il mio affitto quando mi sono trasferito. Avevano un credo. “Lasciamo che il ragazzo ci provi. Vediamo che succede.”»

 

3e757f3d-5b7d-458d-994a-8c9eee6eff45Nella tua testa, sapevi che saresti diventato famoso?

«Non penso che si trattasse della fama. Ho sempre sentito una sorta di sicurezza nella musica. Come gli Iron Maiden, è un mondo nel quale entri e chiudi le porte dietro di te, ed è lo spazio nella tua testa, il tuo posto dove puoi nasconderti dal mondo. Ed è sempre stato così per me. Ero un grande fan di Steve Harris.

Amavo il fatto che suonasse così veloce da non potergli vedere le dita.

Lo chiamavamo ‘The Misty Sausages’.»

 

Hai mai incontrato Steve Harris?

«No, mai.»

 

Se lo incontrassi, gli racconteresti di ‘The Misty Sausages’?

«Sì, certo. Non stavamo provando a prenderlo in giro. Era un tributo. In realtà, sarebbe stato un bel nome per una tribute band.  Steve Harris’ Misty Sausages.»

All’inizio, c’era un’aria di occulto intorno alla band. Era qualcosa in cui eri coinvolto seriamente o era semplicemente un’immagine divertente?

«No, non era questione di immagine. Quando sei giovane, ti fai queste domande esistenziali, e inizi a leggere filosofia e a leggere delle religioni. Vedi i tuoi amici che si convertono al cristianesimo, o a qualcos’altro. Riguardava di più il fascino, andare a cercare questi libri rari nelle biblioteche. Abbiamo sempre cercato di onorare i maestri con quello che facciamo, e allo stesso tempo mantenere la nostra ironia a riguardo.»

Negli anni ‘90, la Scandinavia era la casa della musica satanica.

«Sì, all’epoca quando ci chiamammo His Infernal Majesty, ricevemmo un sacco di critiche da parte delle band di black metal, erano del tipo, “Che diavolo state facendo? Suonate questo hard rock mediocre e usate il nostro immaginario!”»

Avete mai avuto problemi fisici con i fans del black metal?

«Suonavamo in questo posto nel centro della Finlandia. Metà del pubblico erano queste persone goth-black metal che ci sputavano addosso. E l’altra metà erano dei testimoni di Jehovah che tenevano in mano la Bibbia e pregavano. Noi eravamo tipo, “Che diavolo succede?”

E il posto era pieno! Eravamo tipo “Certo, prenderemo i nostri soldi, fate quello che volete.”»

Vi sentivate come dei bambini strani nell’angolo?

«È stato così per un po’. Non proprio pericoloso, ma era… avventuroso. Ma eravamo felici di essere i bambini strani nell’angolo. Era bello essere degli outsiders. E in un certo senso lo siamo ancora. Tutto il genere Love Metal è un grosso dito medio alzato a tutti i generi e a qualsiasi altra cosa, in realtà non importa. Suoniamo la musica che vogliamo e le cose escono dai nostri cuori.

È ancora così. È divertente che la gente non sappia ancora metterci in un genere. E penso che questo sia un bel posto dove stare.»

Gli HIM non hanno impiegato molto a farsi notare fuori dalla Finlandia. Come è stato trovarsi in mezzo a questa cosa?

«È stato come essere sulle montagne russe. Col primo album abbiamo ricevuto un sacco di merda in Finlandia, penso che abbiamo fatto un concerto in Svezia o qualcosa del genere. Dopo siamo andati in Germania per la prima volta. Abbiamo suonato davanti a 200 o 300 persone, stava andando davvero bene. Poi abbiamo incontrato John Fryer, il produttore: era come parlare con un uomo inglese per la prima volta, essendo nel grande edificio della BMG per un incontro. Tipo, “Che diavolo è questo?” E poi John ha fatto da una sorta di apripista, siamo andati a Rockfield in Galles per registrare Razorblade Romance.

Dopo di ciò, si è scatenato l’inferno. Abbiamo pubblicato una canzone chiamata Join Me In Death in Germania, ed è diventata No.1, il che è folle con un titolo del genere. E l’album Razorblade Romance ha raggiunto il No.1 all’inizio del 2000. Tutto ad un tratto eravamo su una limousine e nei grandi talk shows. Abbiamo suonato molto in TV, un sacco di show per ragazzi.»

 

7209db5f-ab1b-4ca1-881d-4494a0bd4706Vi piaceva?

«Ne ridevamo. Non avevamo mai avuto i soldi o la possibilità di viaggiare e stavamo assorbendo molte informazioni.»

Parliamo di HER. Com’è stato fare un cambio di sesso?

[ride] «Ah, la questione HER. C’era American Him – un progetto di arte poco pregiata di un ragazzo di Chicago. Era tipo, “Questa è la mia identità, e questo è molto importante per me.” Poi tutto d’un tratto, è stato come [mima il gesto di sventolare un sacco di soldi in faccia a qualcuno]

‘Cha-ching, cha-ching, cha-ching’, e lui era come, “Okay, potete usarlo.”»

Quanto avete pagato?

«Non ricordo. Penso migliaia di dollari. E questo è stato un grosso problema per noi, ma fa parte della mitologia del rock’n’roll, ci sono un sacco di storie come questa. Devi riderci sopra. Anche i Nirvana hanno avuto lo stesso problema. Ho sempre avevo la sensazione che stavamo camminando in un sentiero di mostri. In ritardo, ovviamente.»

Con Razorblade Romance avete capito che il mondo si poteva aprire agli HIM?

«Nessuna rock band si augura di essere famosa solo in Germania. Ovviamente, avevamo assaggiato un po’ di successo, volevamo espandere il nostro territorio, come i cani che fanno la pipì in giro. Quello che abbiamo fatto è stato un album chiamato Deep Shadows And Brilliant Highlights, che è andato bene.

Questo ci ha reso possibile andare in tour per la prima volta nel sud dell’Europa. Alla BMG nel Regno Unito non fregava un cazzo di noi, perciò abbiamo risparmiato tutti i nostri soldi e li abbiamo spesi per un bus e un pub tour in Inghilterra.

Forse abbiamo fatto 15 concerti, e c’erano tipo venti persone ad ogni concerto.»

Com’è stato?

«È stato eccitante. Essere a Birmingham per la prima volta: Sabbath, Priest, tutto questo. Era il posto preferito dalle leggende. Tipo che poteva essere l’orinatoio dove Ozzy aveva fatto pipì nel’68.»

Ti ricordi il primo concerto in Gran Bretagna?

«È stato così tanto tempo fa. Sono abbastanza certo che non fosse a Londra. Abbiamo suonato in posti come Bradford e Leeds. Abbiamo fatto una note goth in questo club, e tutti ci odiavano. Abbiamo suonato per venti minuti e poi ce ne siamo andati. Ewan McGregor era nell’hotel, mi ricordo questo.»

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Quali sono state le tue prime impressioni dell’America?

«Non avevo aspettative. Siamo stati lì per un viaggio una tantum nel 2000. Avevamo appena incontrato Bam Margera di Jackass, e ci aveva invitati a suonare a Philadelphia ad una festa. Abbiamo suonato per trenta minuti. Alcuni l’hanno amato, altri l’hanno odiato. Siamo tornati indietro più o meno due settimane prima del crollo delle Torri Gemelle.. c’è una foto di me in un furgone e si possono vedere le torri come mie corna. E’ davvero inquietante.»

Ti hanno dato fastidio le associazioni di satanismo al tuo nome?

«Veramente no. Quando ci incontri capisci che non siamo totalmente diabolici. Solo un po’.»

Come hai fatto a gestire quel primo impeto di successo?

«Ci ha fatto diventare pazzi? Penso che fossimo un po’ pazzi anche prima. Ma il successo è arrivato passo dopo passo e continente dopo continente. Penso che sia stata una fortuna non avere un successo mondiale improvviso, perché questo avrebbe fatto uscire di testa chiunque.»

Nei vostri primi tre album c’eri tu sulla copertina. Il fatto che sembrava che tu fossi il volto della band ha causato qualche attrito con gli altri?

«Forse dovresti chiederlo a loro. Con il primo album, avevamo solo l’idea di un’immagine artistica, e ha funzionato. Con Razorblade Romance, l’immagine era iconica e divertente, come se Michael Jackson avesse incontrato Marc Bolan. E siccome ha funzionato bene, abbiamo continuato sulla stessa linea anche per il terzo.»

Odierai questa domanda. Cosa ne pensi del fatto di essere un sex symbol?

«A dire il vero, non so cosa sia un sex symbol. I complimenti mi piacciono, ma ho sempre preferito quelli fatti alla musica. Sono un nerd. Mi piace parlare della musica.»

Love Metal è stato un enorme passo Avanti per la band, sicuramente nello UK. Com’è stato esserci in mezzo?

«Per me, con Love Metal abbiamo trovato l’identità della band. Siamo stati in tour così tanto, e abbiamo iniziato a lavorare su del materiale che era più in stile Sabbath, e sentivamo che l’Heartagram era più grande della mia faccia o della faccia di chiunque altro. Volevamo quel simbolo. Ecco perché l’abbiamo messo su Love Metal. Musicalmente, ha tutti gli elementi.

Per me, era come un momento di realizzazione: “Questo è quello che siamo, e questo è quello che faremo.”

La realizzazione creò unità e forza nella band, perchè stavamo andando tutti nella stessa direzione. I tour stavano andando davvero bene, stavamo ottenendo maggiori attenzioni in Inghilterra, le cose stavano iniziando a partire in America.»

ac5fc59f-9f39-43e6-a6e9-ca5aa3473d90Con l’album seguente, Dark Light, siete diventati la prima band finlandese ad ottenere il disco d’oro in America. Devi essere orgoglioso di questo risultato?

«È stato l’unico disco d’oro che non ho dato ai miei genitori. Ma è una di quelle cose, quando stai lavorando bene, sei molto impegnato tutto il tempo e non riesci ad apprezzare i frutti del tuo lavoro. Non ti puoi fermare perché le cose stanno andando bene, più concerti, più canzoni. È stato così per molti anni. Ed è probabilmente un qualcosa che mi ha portato fuori alcuni anni dopo.»

Venus Doom era un album molto diverso. Sembrava che stessi sfidando te stesso.

«Devi sempre sfidare te stesso. Non ha senso andare di routine. Si rifà alle mie origini, My Dying Bride, I primi Anathema, i vecchi Paradise Lost. Volevamo realizzare un album super-heavy, super-slow, incasinato. Era una specie di grido d’aiuto distorto, su tutti i livelli. Per quanto riguarda l’umore, in quel momento ero in un posto piuttosto scuro, partecipavo a molte feste, avevo una relazione difficile.»

Quanto è diventata buia la situazione?

«È diventata abbastanza cruenta. Bevevo moltissimo e non riuscivo più a dormire, vomitavo e cagavo sangue, non mangiavo per settimane e vivevo solo di birra.

È stata dura.

È quello che noi finlandesi chiamiamo ‘automedicazione’. Quello che provi a fare per prima cosa è andare alle feste, e all’inizio ti aiuta, ma quando devi sempre alzare la gradazione alcolica, e devi bere una cassetta di birra solo per arrivare ad un livello normale, poi ti fai un paio di bicchieri di Jack Daniel’s e sei al top. E dopo ricominci. Quando lo fai per mesi e mesi, ti consuma molto velocemente.»

Qual è stato il punto più basso di quel periodo?

«Beh, c’è stato il mio primo crollo nervoso. Stavamo registrando Venus Doom. Mi sono alzato senza capire dove fossi, con un grande gufo del nord sul mio davanzale, che mi bubulava.

Ero, tipo, “Che cazzo sta succedendo? Questo è tutto così surreale, c’è un gufo sul mio davanzale, dove mi trovo?” Non mi ero lavato per giorni. Ero sporco e ubriaco e gonfio.

Quella è stata la prima volta che ho dovuto chiamare i ragazzi e il produttore e dire “Non posso venire allo studio oggi”.

Tutto d’un tratto, non puoi far fronte alla realtà. Sembra che tutto stia crollando, perdi il senso della prospettiva, perdi il senso del passato, presente e futuro. Non so come spiegare. Deve essere diverso da persona a persona.»

Come hai fatto con la registrazione dell’album?

«Ho cercato di prenderlo il più alla leggera possibile, di mangiare qualcosa giusto per passare la giornata. E poi mi è risultato più facile quando siamo andati a Los Angeles per il mixaggio, ma una volta che il mixaggio ha iniziato ad andare bene, ho iniziato a bere ancora.

E allora la situazione si è fatta davvero critica, e ad un certo punto ho detto al nostro manager “Non posso farcela, ho bisogno d’aiuto”. Sono andato dai medici che mi hanno detto “Devi andare subito al pronto soccorso”. Ho detto “Non posso, perchè devo fare un’intervista”.

È divertente, ci stavo scherzando sopra, ma tutto era incasinato. E allora Seppo, il nostro manager, mi ha aiutato a trovare un posto a Malibu dove ho potuto prendermi un periodo di pausa. Questo ha aiutato davvero. E dopo questo, sono stato sobrio per circa quattro anni.»

Il resto della band ti è stato d’aiuto?

«È molto difficile parlare di queste cose. Non siamo americani nel senso che possiamo condividere e prenderci cura l’uno dell’altro facendo una sessione terapeutica. Quello che hanno fatto è stata una cosa molto scandinava, che è stata lasciarmi i miei spazi.

E rispetto questo tipo di supporto. Probabilmente erano molto preoccupati e cercavano di immaginare se la riabilitazione stesse andando bene, o se stava per ricominciare tutto da capo e mi sarei ubriacato di nuovo. È diventata una questione di orgoglio per me rimanere sobrio, e realizzare un album da sobrio, che è stato Screamworks.

Era semplicemente un’altra angolazione.»

Il Golf è la classica attività sportiva di recupero per le rock star. Hai mai pensato di praticarlo, uscire con Alice Cooper e così via?

Nah, non sono un tipo sportivo. La cosa della AA è: “Ho una malattia che non può essere curata, e hai bisogno di un potere superiore”. Ricordo che ero al centro di recupero, e dovevi dire la Preghiera della Serenità: “Dio dammi la serenità di blah blah blah…” Non potevo usare quella parola.

Ogni volta che era il mio turno di recitare questa preghiera, dicevo: “Ozzy, dammi la forza e la serenità per andare avanti…”

Pensi che tornerai ancora su quel sentiero?

«Quando le mani di Gas si sono rotte, mi sono ubriacato per la prima volta dopo anni. Ed è stato divertente, e dopo questo ho passato un anno abbastanza duro. È bello andare nel lato oscuro a volte, e poi apprezzi anche l’altro lato. Non si può fare quello che facciamo ed essere sempre ubriaco.

Quando sei un po’ più giovane ti puoi spingere un po’ oltre, ma poi fai degli show di merda e non è giusto nei confronti di chi ha pagato il biglietto e ha viaggiato per vederti, e non è giusto nei confronti degli altri ragazzi della band. Si tratta di trovare il giusto equilibrio.

Sono un ragazzo on-and-off. Se bevo, bevo davvero, per molto tempo.

E se non bevo, non bevo per niente.»

Parliamo di qualcosa di più leggero. Chi è il tuo artista preferito?

«Sono un fan dell’arte, ma sono quel tipo di ragazzo che avrebbe preferito avere un pennello di Picasso piuttosto che un quadro di Picasso. Ho sempre trovato il processo per ottenere qualcosa e le idee che ci stanno dietro molto più interessanti che i pezzi d’arte.

Al momento, mi piace molto Austin Osman Spare, anche se è molto più che un artista: lui è un mago e un libero pensatore. L’epoca in cui è vissuto, agli inizi del ventesimo secolo, è stata un’epoca interessante, e ha molto a che fare anche con l’arte attuale… come, quando, dove e perché è stata creata.

Caravaggio o chiunque altro, sono tecnicamente dei gran pezzi, ma non mi dicono niente perchè non posso capire com’era la vita quando vennero creati.»

A proposito dei film? La vedi nello stesso modo?

«Amo le persone che portano la propria personalità in quei film. Vado a periodi. Lo faccio sempre. Sono ossessionato da una cosa per volta. A un certo punto ho amato Hitchcock, poi sono stato preso da Luis Buñuel e tutte quelle cose.

Anche da Maya Deren: lei era un regista donna surreale, una persona pazza, in senso buono.

La maggior parte del tempo, riguarda i personaggi. Sono stato dipendente dalle biografie rock’n’roll. Leggevo anche degli artisti che non amavo molto. Ma mi interessava come erano arrivati lì.

Probabilmente avrei dovuto fare l’antropologo. Non lo so, ho trovato qualcosa di interessante.»

Sei mai stato tentato di recitare?

«Ho avuto offerte nel passato. Niente di grosso, niente d’interessante. Ma non sono un attore.

Ho sempre pensato che dovremmo vendere circa 80 milioni di copie prima che io diventi un attore, un pittore, un cantante d’opera o un personaggio della TV.

Credo che ci voglia una certa quantità di noia per provare questa strada.»

Chi sono le tre persone, vive o morte, che inviteresti a cena?

«Cazzo… questa è una domanda difficile. Gesù Cristo sarebbe ovviamente uno. O persone come Edgar Allan Poe, HP Lovecraft, Austin Osman Spare. Ma non sceglierei tre persone dello stesso ambiente, avrei bisogno di persone che litigassero.

Paperino, Mussolini e Anton LaVey.

In realtà, per essere onesto con te, probabilmente inviterei i miei compagni. Potrei essere il cameriere, cercando di capire di cosa stanno parlando.»

Hai detto che un sacco di rock stars sono insicure sotto la superficie. E tu?

«Dipende. La cosa bella della nostra band è che potremmo essere pretenziosi e eccessivamente sfarzosi per quanto riguarda la musica, ma non abbiamo un alter-ego quando si tratta di noi come persone, siamo chi siamo e quello che vedi è quello che ricevi, nel bene e nel male.

Rende le cose molto più semplici, se non piaci alla gente, possono andare a farsi fottere.

È l’attitudine più semplice. Perchè ti evita un sacco di pensieri. Consente al piccolo disco fisso, il tuo cervello, di concentrarsi sull’essenziale. Che nel nostro caso è quello di rubare riff e mettere i pezzi in un ordine diverso e rivendicarli come la nostri.»

C’è una parte di te che pensa, “Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Adesso posso vivere di rendita”?

«No. Ci sono momenti in cui mi annoio o sento repulsione quando vedo una chitarra acustica. Dopo un tour lungo, o dopo un album, puoi avere una sorta di blocco del musicista. Pensi “Chi diavolo me lo fa fare?

È tutto, ho finito”. Ma poi ci sono discussioni che non posso fare a parole, posso farle solo musicalmente. È quella melodia, quel momento…

È una comunicazione senza parole, ed è una comunicazione con te stesso, una sorta di meditazione. Da qualche parte, se trovi quelle note che ti portano in un posto nella tua testa dove non sei mai stato prima, o note che ti riportano all’infanzia, o in autunno, o in un posto dove non sei mai stato prima. È questo che rende la musica veramente interessante.

Per me, è un posto segreto, un modo per evadere. È molto meglio di alcol e droghe.»

0cce795d-5d0d-43e8-b6a9-8239375820c5Non ascolti mai I tuoi vecchi dischi pensando, “Chi è questo ragazzo”?

«Oh sì. Non passo il tempo ascoltando i nostri dischi vecchi, ma quando abbiamo iniziato l’ultimo disco, ho fatto capolino indietro, solo per controllare cosa avevamo fatto. A volte sei talmente immerso in quello che stai facendo che sei convinto di reinventare la ruota, e quando torni indietro e ascolti una canzone pensi “Oh, cazzo, questo è esattamente lo stesso riff che ho scritto nel ’99!” o in qualsiasi altra epoca. Succede tutte le volte. C’è un sacco di roba che non farei adesso, ma poi di nuovo, capisco che abbiamo fatto tutto per una ragione all’epoca. Era come ci sentivamo allora, e penso che l’onestà sia la cosa più importante.»

Quanto sei orgoglioso dell’eredità degli HIM?

«Beh, sono orgoglioso di essere amico di questi ragazzi che mi hanno supportato attraverso anni orribili, orrendi e meravigliosi. Questo è il mio modo personale di pensare all’eredità.

È abbastanza raro vivere la vita con i tuoi migliori amici, in giro per il mondo, facendo esperienze meravigliose e orrende, incontrando grandi persone, facendo nuove amicizie in continenti lontani. Sicuramente non ho più il talento per diventare qualsiasi altra cosa.

Questo è tutto il danno cerebrale che ho fatto a me stesso.»

Fonte

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Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni, Katia Arduini-

Revisione a cura di Marianna Piersante e Fabiana Urbisci.

Posted by Fabiana Urbisci

“È vietata la riproduzione anche solo parziale di questo articolo/traduzione, sia in formato cartaceo che telematico, senza indicarne provenienza, senza chiedere l’autorizzazione agli autori o i dovuti crediti al Blog.”

 


DANIEL LIONEYE: Linde Lindström racconta come hanno dato vita al loro nuovo album feroce.

 daniel-lioneye-2016-2-2La passione di Linde Lindström per la musica gli ha permesso di raggiungere traguardi incredibili. Meglio conosciuto come chitarrista degli H.I.M., la sua insaziabile voglia di crescita nella musica l’ha portato ai livelli musicali più alti e ha fatto di lui uno dei musicisti più impressionanti. Tuttavia, è importante notare che il suo lavoro alla chitarra elettrica non è limitato al love metal, genere che ha contribuito a creare. Infatti, il suo progetto parallelo, Daniel Lioneye, presenta alcuni dei suoi lavori più importanti sino ad oggi.

Quando si sono formati nel 2001, i Daniel Lioneye in origine erano composti da Ville Valo (HIM) alla batteria, Mige (HIM) al basso e Linde (HIM) alla chitarra e alla voce. Lo stesso anno, hanno pubblicato “The King Of Rock ‘n’ Roll” in Finlandia e Germania, un album ‘ironicamente’ psichedelico di stoner rock. Esibendosi ai festival in Finlandia con il nome ‘Daniel Lioneye And The Joint Rollers’, la loro musica ha raggiunto presto il pubblico internazionale quando la title track dell’album è stata selezionata come tema per lo show di MTV di Bam Margera, Viva La Bam. Nel 2006, “The King Of Rock ‘n’ Roll” è stato il brano finlandese più suonato nel mondo (subito dopo Sibelius, naturalmente).

Nel 2008, Linde ha voluto realizzare un album dei Daniel Lioneye completamente diverso dall’ultimo. L’album seguente, intitolato semplicemente VOL II (The End Records), era un album di rock n’ roll estremo molto più pesante del primo, notevolmente influenzato dal black metal. L’album parlava della vita di tutti i giorni – divorzio, rapportarsi con situazioni difficili e con la gente, psicosi da cannabis, incubi estremi, realizzazione di se stessi, sesso, traslochi, cavarsela da soli, gestire la rabbia e l’universo.

Adesso, i Daniel Lioneye hanno collaborato ancora con The End Records (US) per realizzare VOL III, la cui uscita è prevista per il 19 Agosto. L’album è, per molti aspetti, una combinazione dei due tentativi precedenti. Crogiolandosi nel bagliore magnetico dell’aurora boreale, questo album tratta di crisi esistenziali – depressione, delusione, essere perso, non avere significato. Jason Price di Icon Vs. Icon recentemente ha incontrato Linde Lindström per discutere della sua vita musicale, del making of di ‘Vol. III’ dei Daniel Lioneye e di quello che il futuro gli riserva.

Partendo dall’inizio, quale è il primo ricordo della musica nella tua vita?

Mia mamma mi cantava una ninna nanna leggermente fuori tono.

Come hai iniziato a farti coinvolgere nell’ arte e nel suonare la chitarra?

Da ciò che ricordo, sono sempre stato affascinato dalla chitarra. Ho sempre saputo di voler essere un musicista. Imploravo i miei genitori a comprarmi una chitarra e finalmente ne ricevetti una mini acustica come regalo di Natale quando avevo 10 anni. Ho iniziato a prendere lezioni da subito. Ero molto motivato. Ho iniziato a suonare presto in ogni tipo di band.

Cosa ci puoi dire sul processo di trovare la propria voce creativa come musicista?

È un processo in corso. Più si invecchia e più si diventa sicuri. Almeno nel mio caso. Per me la cosa più importante è stata accettare me stesso così come sono e non ascoltare la gente che mi diceva come suonare o cosa fare con la mia vita. Sono un suonatore di blues a memoria.

Chi erano alcuni degli artisti e delle persone dietro la scena che hanno contribuito a plasmare l’artista che vediamo oggi?

La vita in generale. Tutte le persone e gli animali della mia vita. Tutta la musica che ho sentito. Iggy Pop, Black Sabbath, Jimi Hendrix, Kingston Wall, Nachtmystium, Elvis Presley solo per dirne alcuni.

Sei chiaramente molto motivato quando si tratta della tua carriera. Cosa ti ha mantenuto ispirato negli anni come artista e cosa ha alimentato il tuo fuoco creativo?

La musica per me è la via naturale per trattare tutte le emozioni e le difficoltà nella mia vita. Ogni giorno, la vita è la mia ispirazione. Normalmente quando mi prendo una pausa da tutto, la roba inizia ad uscire fuori.

Stai per rilasciare “Vol.III” dei Daniel Lioneye. Sono passati 8 anni dall’ultima uscita. Cosa ha reso questo momento adatto per la nuova registrazione?

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Ho lavorato sull’album per diversi anni, ogni volta che avevo tempo o quando ne avevo voglia. Volevo quasi non finisse. E’ stato un processo fantastico. Quindi, in pratica è il momento perchè è pronto, semplice.

Quali sono state le tue ispirazioni o gli obiettivi di quest’album quando hai iniziato? C’è stato qualcosa che volevi provare e che non eri riuscito a fare in passato?

Veramente non avevo nessun obiettivo. Non sento nulla quando scrivo qualcosa, semplicemente esce da qualche parte. Finisco col fare sempre le cose in maniera differente. Non ripeto roba vecchia. Volevo che questo album fosse meglio del precedente e volevo provare a produrre un sound vocale mai ascoltato prima. Ce l’ho quasi fatta.

Per i fan che hanno già familiarizzato col tuo lavoro precedente, questo album in che modo si paragona e come si differenzia?

In un certo modo è la combinazione tra “The King of Rock ’n Roll” e “Vol II”. Più cantato meno ringhiata. Più riff sofisticati, più melodia. Liricamente parlando il tema dell’album è la depressione, la crisi esistenziale.

Hai lavorato insieme ad altri membri della band per anni. Cosa ti fanno uscire a livello creativo?

Mi sento a mio agio con loro, musicisti incredibili e grandi persone. Noi lavoriamo sulla stessa frequenza. Mige ha scritto la maggior parte dei testi di quest’album e loro si sentono ancora bene e intimi con me. Questo dice molto.

Cosa ci puoi dire del processo di scrittura per la tua musica? Cosa è cambiato e cosa no negli anni?

Come ho detto precedentemente, non sento nulla quando scrivo qualcosa, esce da qualche parte. Una melodia, un riff, un ritmo, qualunque cosa. Poi programmo le batterie su Pro Tools e suono gli altri strumenti e mando i demo ai ragazzi. Un processo molto diverso se paragonato a “King of Rock n Roll”. In quel periodo siamo andati allo studio per cinque giorni senza materiale, ci siamo ubriacati e il resto è storia (ride). L’unica cosa simile a tutti e tre gli album è che le tracce base, le batterie, il basso e le chitarre sono state registrate in cinque giorni.

Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare per portare in vita l’album?

Sono pigro ma spensierato. Mi è sempre sembrato di trovare qualcosa di più importante da fare piuttosto che registrare la mia voce. Non mi piace la voce umana, specialmente la mia. Ho registrato tutte le parti vocali da solo nel mio studio a casa. Oltre a questo, è andato tutto bene.

Hai vissuto con queste canzoni per un pò di tempo. Quale canzone di “Vol.III” ti rispecchia maggiormente?

daniel-lioneye-2016-1-1Ho un rapporto di odio e amore con la musica, come con ogni cosa in realtà. Dei giorni le canzoni sono i più grandi capolavori mai scritti mentre altri dell’inutile merda. “Blood on the Floor”, “Ravensong” e “Aetherside” sono le mie preferite.

Come senti di esserti evoluto come artista da quando hai iniziato professionalmente?

Ho imparato a fregarmene di quello che la gente pensa di me. Questo mi ha dato un sacco di libertà sia come artista che come persona.

Come artista puoi dire così tante cose sulla situazione attuale della musica. Cosa ti eccita nell’essere un artista che lavora?

La musica mi eccita. Ti devi solo concentrare sulle cose per le quali puoi veramente fare e dimenticare tutto il resto. In caso contrario, saresti sempre turbato.

Dove ti vedi diretto musicalmente nel futuro – sia a breve che a lungo termine?

Non ne ho idea. Non penso in questo modo. Credo che starò ancora trascrivendo delle cose musicali che verranno da me. Questo è tutto quello che posso dire.

Qual è il modo migliore per i fan per sostenerti in questa fase della tua carriera?

Se vi piace l’album, compratelo, non scaricatelo gratuitamente. Inoltre venite a vederci live!

C’è in programma un tour americano per questo album?

Nessun programma ancora per quanto riguarda gli US. Suoneremo 5 live in Finlandia all’inizio di settembre e si sta lavorando per alcuni live europei.

Molti giovani artisti ti possono prendere come ispirazione. Qual è la miglior lezione che puoi ricavare dal tuo percorso artistico?

Come ho detto prima, per me è stato imparare a non preoccuparmi molto di quello che le persone pensano di me e lasciarmi andare. In sostanza, fare conto su me stesso. Lo consiglio a tutti.

Clicca qui per vedere il video: Daniel Lioneye – Ravensong (Vol. III)

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Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni, Katia Arduini.

Posted by Fabiana Urbisci

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Olet man kaikuluotain – Annie’s song

Annie’s Song è una canzone scritta e pubblicata dal cantautore John Denver nel 1974. È stata la sua seconda canzone a diventare numero uno nelle classifiche USA Billboard Hot 100 (per due settimane). Il brano è arrivata al numero uno anche nel Regno Unito, Irlanda (due settimane) e Canada.

Olet Mun KaikuluotainLa canzone è dedicata alla moglie di allora di Denver, Annie Martell Denver.

Denver dichiarò di aver scritto questa canzone in circa dieci minuti e mezzo un giorno su uno ski-lift verso la cima del Bell Mountain ad Aspen.

Annie's SongNe sono state realizzate diverse versioni, tra cui quella dell’artista finlandese Freeman. Il brano, il cui testo finlandese è stato scritto da Hector con il titolo Olet mun kaikuluotain, è stato pubblicato dalla casa discografica Love Records nel 1976.

Il 4 luglio del 2016, il frontman degli HIM, Ville Valo, ha pubblicato la sua versione del brano Olet mun kaikuluotain con la Love Records. La Love Records ha festeggiato così il suo 50 anniversario.

Ville ha dichiarato che “Questa è la canzone preferita dai giovani, il ritmo con cui molte notti insonni sono finite in lacrime. Anche oggi provoca brividi e pelle d’oca”.

Sei il mio radar2Il leader degli HIM aveva già parlato di questo brano in alcune interviste del 2009, affermando che Olet Mun Kaikuluotain rappresenta una delle canzoni che lo descrivono meglio, nonché, in generale, una canzone piena di significato, in grado di toccare una moltitudine di persone.

Olet mun kaikuluotain di Ville Valo è il primo rilascio con la Love Records dopo più di 30 anni. Il singolo è disponibile in digitale dal 4 Luglio. A fine estate sarà pubblicato su poche copie in vinile. L’11 luglio è stato pubblicato un video con la regia di Ykä Järvinen.

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 *Grazie a Krista Kajia  e Federica Mazzola per la traduzione dal finlandese.*
 
Link al video di John Denver: https://www.youtube.com/watch?v=C21G2OkHEYo
Link al video di Freeman: https://www.youtube.com/watch?v=pO9HbW7Fsv8

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English version:

Annie’s Song is a song written and published by the songwriter John Denver in 1974. It was his second song to become number one in the US Billboard Hot 100 charts (for two weeks). The song arrived at number one also in the UK, Ireland (two weeks) and Canada.

The song is dedicated to the then wife of Denver, Annie Martell Denver.

Denver claimed to have written this song in about ten minutes and half a day on a ski lift to the top of the Bell Mountain in Aspen.

Various versions have been realized, including one from the Finnish artist Freeman. The song, whose Finnish text was written by Hector with the title Olet mun kaikuluotain, was released by the record label Love Records in 1976.

On July 4, 2016, HIM frontman, Ville Valo, has published his version of the song Olet mun kaikuluotain with Love Records. Love Records has celebrated his 50th anniversary.

Ville said that “This is the favorite song by young people, the pace at which many sleepless nights have ended in tears. Today also causes chills and goose bumps“.

The leader of HIM had already talked about this song in interviews of 2009, stating that Olet Mun Kaikuluotain is one of the songs that describe him better, and, in general, a song full of meaning, able to touch a multitude of people.

Olet mun kaikuluotain of Ville Valo is the first release with Love Records after more than 30 years. The single is available digitally from July 4. At the end of the summer it will be published in a few vinyl copies. On July 11, it was released a video directed by Ykä Järvinen.

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Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni, Katia Arduini e Marianna Piersante.

Posted by Fabiana Urbisci

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La Love Records incontra il Love Metal.

13528908_1749993305221493_2496509881916035281_nIl 4 luglio, il frontman degli HIM, Ville Valo, pubblica la leggendaria canzone “Olet mun kaikuluotain” con la Love Records.

La Love Records festeggia il suo 50 anniversario, Ville Valo degli HIM ha registrato una versione molto toccante della canzone “Olet mun kaikuluotain”, pubblicata dalla prestigiosa casa discografica nel 1976. La versione originale del brano Annie’s Song di John Denver è stata resa famosa da Freeman. Il testo in finlandese è stato scritto da Hector.
“Questa è la canzone preferita dai giovani, il ritmo con cui molte notti insonni sono finite in lacrime. Anche oggi provoca brividi e pelle d’oca” dice Ville.

“Olet mun kaikuluotain” di Ville Valo è il mio primo rilascio con la Love Records dopo più di 30 anni.

Il singolo è disponibile in digitale dal 4 Luglio. A fine estate sarà pubblicato su poche copie in vinile.

Disponibile anche su Spotify.
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Fonte

Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni

Posted by Fabiana Urbisci


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I Daniel Lioneye mostrano in anteprima la nuova canzone “Ravensong”

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La rock band Daniel Lioneye che ha base ad Helsinki – che presenta alcuni membri degli HIM- rilascerà il suo primo nuovo album dopo otto anni, ‘Vol III’, il 19 agosto con la The End Records. Nell’attesa, la band si è unita con Revolver per presentare la sua nuova canzone “Ravensong”.

Il gruppo ha detto, “Ravensong parla di una storia di un amore eterno, un notevole attaccamento atrocemente incantevole che si è destinati a vivere ancora e ancora finché lui -o lei- finalmente non viene a patti con esso. Tutti i trucchi del più astuta artista della fuga, il narratore, sembrano essere inutili, e anche il cambiamento più grande di tutti, la morte, non offre sollievo.

‘Vol. III’ track list:

1. Messier 0

2. Blood On The Floor

3. Break It Or Heal It

4. License To Defile

5. Ravensong

6. Alright

7. Baba Satanas

8. Aetherside

9. Dancing With The Dead

10. Oh God In Your Great Mercy

11. Mathematics Of The Storm

12. Neolithic Way (2016)

 

Daniel Lioneye official
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Fonte

Traduzione  italiana  di Claudia Micacchioni

Posted by Fabiana Urbisci


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